La stimolazione cognitiva consiste nell’esercizio di abilita cognitive residue, quelle cioè che la malattia ha, al momento, risparmiato.
La riabilitazione si prefigge l’obiettivo di limitare l’impatto di condizioni disabilitanti tramite interventi che permettono di conservare il più elevato livello di autonomia compatibile con una determinata condizione clinica; si configura come un approccio multidimensionale finalizzato a migliorare la qualità di vita dei pazienti.

In linea generale, nelle demenze, l’intervento e centrato sull’utilizzo della memoria procedurale e sull’allenamento delle abilita di ragionamento, giudizio, attenzione e prassia.
L’obiettivo è quello di contrastare il declino cognitivo e di favorire i meccanismi di compensazione.
La persona malata viene inoltre stimolata a sfruttare strategie che la aiutino a memorizzare le informazioni e, in seguito, a recuperarle. Queste tecniche vengono chiamate ausili interni alla memoria.

Alcuni recenti studi hanno messo in evidenza che determinati stimoli sono in grado di svolgere un ruolo protettivo anche nei confronti del danno biologico degenerativo.
L’essere occupati in attività piacevoli, oltre che stimolanti, può pertanto contribuire a ridurre il rischio di incidenza di demenza, verosimilmente predisponendo una “riserva” che può ritardare la comparsa delle manifestazioni cliniche.

La stimolazione delle abilità cognitive ha rappresentato sino ad oggi l’aspetto su cui si è concentrato il maggiore interesse della comunità scientifica proprio perché ha mostrato di poter dare un prezioso contributo nel contrastare la perdita delle abilita residue, con benefici paragonabili a quelli ottenuti mediante la terapia con i farmaci.
Naturalmente l’esercizio e la stimolazione non saranno in grado di ripristinare le funzioni compromesse da una malattia degenerativa, ma potranno rallentarne il progressivo declino mediante l’ottimizzazione della riserva cognitiva esistente e la promozione di strategie di compenso.

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