I drammatici attentati terroristici di Parigi hanno sconvolto il mondo intero e hanno minato il sentimento di sicurezza di molti.

 

Nelle scuole francesi il Ministero della Pubblica Istruzione ha offerto sostegno pedagogico agli insegnanti, agli alunni e alle loro famiglie, cogliendo con prontezza un bisogno emerso da genitori ed educatori rispetto a bambini e adolescenti che, loro malgrado, sono venuti a conoscenza o hanno visto attraverso i media l’esito di una carneficina.

 

I fatti di Parigi ci offrono lo spunto per affrontare in maniera più ampia un tema importante: come parlare ai più giovani di eventi di cronaca drammatici e violenti. Le domande che ci poniamo come genitori ed educatori sono: quando è utile raccontare? In che modo e con quali strumenti? E infine: a chi spetta tale compito?

 

La premessa, come criterio di base, è che sia sempre utile evitare l’esposizione di minori a scene, contenuti, racconti ed immagini di violenza, sia reali che verosimili (film, video, videogiochi). Ciò può essere fatto controllando ciò che guardano attraverso la televisione o internet. Tuttavia, nel caso degli attentati terroristici l’impatto mediatico e sociale è stato di una portata tale da impedire ai genitori di scegliere se informare e la questione è diventata il come farlo.

 

E’ fondamentale che l’adulto, prima di affrontare un argomento sconvolgente con un bambino, abbia a sua volta elaborato emotivamente l’evento in maniera sufficiente per essere in grado di contenere le ansie e le paure del piccolo interlocutore senza entrare in risonanza con esse e amplificarle. Altro aspetto importante è la possibilità di apprendere notizie da fonti scritte piuttosto che dalla tv, perché la lettura implica un processo cognitivo che modula l’impatto emotivo dell’evento, rispetto all’immagine che investe  l’individuo senza mediazione.

 

E’ necessario dedicare un tempo che non venga percepito come affrettato e che consenta al minore di poter elaborare domande che richiedono chiarimenti e risposte espresse nella maniera più semplice e chiara possibile, contemplando anche la possibilità di ammettere con sincerità che alcune domande non hanno una risposta o non ne hanno una univoca.

 

L’approccio da seguire cambia molto a seconda dell’età. I bambini in età prescolare, ad esempio, devono essere protetti da queste notizie. Il loro sviluppo cognitivo ed emotivo non consente di modulare l’impatto di immagini o racconti di violenza: elementi di realtà si mescolano a quelli di fantasia rischiando l’amplificazione in una spirale pericolosa di paure ed ansia. Laddove fosse inevitabile, la spiegazione ai bambini piccoli può avvenire attraverso un linguaggio a loro noto, come quello delle favole in cui i cattivi della realtà possono essere paragonati a personaggi che loro conoscono. La favola inoltre prevede sempre la presenza dell’eroe buono e di  un lieto fine rassicurante.

 

 L’aumentata socializzazione dei bambini tra i sei e i dieci anni rende più probabile la possibilità di una esposizione a racconti o visioni di fatti drammatici, che possono essere riferiti da adulti, coetanei, dalla tv o da internet. In questa fascia di età il livello di sviluppo consente una capacità di rielaborazione dei fatti che è di aiuto per alleviare ansia e paura. Tuttavia è una capacità che deve essere sempre supportata da un adulto che dovrà usare un linguaggio semplice e privo di dettagli macabri inutili, con un atteggiamento rassicurante che impedisca al bambino di sperimentare sentimenti di minaccia per sé, la sua famiglia e il suo mondo.

 

I ragazzi delle scuole medie, tra gli undici e i quattordici anni, più autonomi nel reperimento di notizie, potrebbero mostrare atteggiamenti opposti: una certa curiosità, con una esplicita richiesta di chiarimenti e informazioni, oppure un’apparente indifferenza o chiusura, segno del bisogno di proteggere il proprio mondo interno da eventi esterni sconvolgenti.

 

E importante ricordare sempre che i ragazzi chiedono ciò che sono disponibili e pronti ad ascoltare. Se con i “curiosi” potrebbe essere utile affrontare l’argomento partendo da ciò che hanno saputo o visto, con i ragazzi “indifferenti” o “chiusi” si può cercare di accertare quale impatto ha suscitato in loro un certo evento incoraggiandoli ad esprimere ciò che provano, sempre con un atteggiamento facilitante ed empatico. Ad esempio l’adulto può partire dalla propria esperienza emotiva di un certo evento e stimolare un confronto. 

 

Vale sempre la regola che è inutile se non dannoso fornire dettagli raccapriccianti.

 

Un discorso analogo vale anche e soprattutto con gli adolescenti, tra i quattordici e i diciotto anni. L’autonomia rispetto ai genitori cresce e il modo di apprendere notizie è sempre più indipendente. Il livello di sviluppo cognitivo ha raggiunto da qualche anno quello che in gergo tecnico si definisce il pensiero formale ipotetico deduttivo che implica una maggiore capacità si astrazione e di ragionamento per ipotesi e quindi la capacità di contemplare la possibile ripetizione di eventi anche drammatici e sconvolgenti. Le paure sono più simili a quelle che sperimenta l’adulto stesso, che può cogliere l’occasione per affrontare altri argomenti strettamente connessi alla violenza e che riguardano le ideologie, la paura di chi è diverso da noi, la paura di ciò che non si conosce. In questo caso lo strumento di maggior contenimento dell’ansia e della paura è rappresentato dalla possibilità di comprendere un evento da un maggior numero di punti di vista possibili, di conseguenza può essere di aiuto fornire loro metodi per reperire strumenti informativi diversificati  che consentano di conoscere i fatti e distinguerli dalle congetture e dai pregiudizi.

 

In conclusione ciò che come adulti possiamo fare è cercare di sviluppare la nostra disponibilità, offrendo un tempo di qualità per l’ascolto e uno spazio emotivo per accogliere al meglio ciò che chi si appresta ad affrontare la vita, porta dentro di sé.

 

 

 

Dott.ssa Sabrina Mazzucchelli 

 

 prova1-psicologiarho

torna-homepage1